La Zisa
«La Zisa era
il palazzo dei piaceri, costruita da un re cristiano ma araba nella sua
concezione: è stato un riconoscimento dei trionfatori agli sconfitti»
Un
gioiello di architettura araba e di monumentalità normanna. La perfetta
sintesi della mescolanza tra dominatori e dominati, la Zisa come
simbolo di una Sicilia felicissima. Scrive Giuseppe Bellafiore,
professore ordinario di storia dell' arte e autore di un testo sulla
Zisa dato alle stampe una decina di anni fa dall'editore palermitano
Flaccovio: «A volere meglio specificare le caratteristiche funzionali
del palazzo, c'è da dire innanzitutto che esso era una dimora destinata
prevalentemente al soggiorno estivo. Non si trattava tuttavia di un
precario soggiorno diurno … Era questo rivolto ed aperto a nord-ovest
verso il mare, cioè verso la zona panoramica più attraente e più fresca
della pianura palermitana». Aggiunge ancora Bellafiore: «Da quella
parte, giungevano le brezze più temperate e specialmente quelle
notturne, che potevano essere accolte entro lo stesso palazzo
attraverso l'ampio varco dei tre fornici di facciata e della grande
finestra belvedere del piano alto». Spazi,
finestre, atri, un mirabile sistema di ventilazione per assorbire ed
espellere l'aria calda. Per affrontare le giornate di scirocco. Per
trovare riparo alle lunghe estati palermitane. E concedersi sollievi
più intimi. «Era proprio lì dentro che i nuovi conquistatori si
dedicavano alle gioie dell'anima e soprattutto a quelle del corpo»,
racconta Matteo Scognamiglio, direttore del servizio beni
architettonici della Sovrintendenza, che spiega come da alcuni mesi
stanno completando il recupero della sala della fontana. Era
al primo piano l'harem della Zisa, nelle sale che si inseguono nelle
due ali del palazzo. Aspettavano là le donne dei sovrani, distese sui
loro soffici diwan e nella penombra delle nicchie. Un'atmosfera fiabesca, da Mille e una notte.
Alla Zisa ma anche alla Cuba e in tutti gli altri «sollazzi» dei
giardini delizia musulmani, quelli che si richiamavano al paradiso
coranico. Era il Genoardo voluto dai normanni. E
non fu certamente un caso che proprio lì, alla Cuba, tra le acque e gli
alberi che circondavano un altro parallelepipedo — di dimensioni appena
più piccole della Zisa — Boccaccio ambientò una delle novelle del suo
Decameron. La sesta della quinta giornata. È la vicenda d'amore tra
Gian di Procida e Restituta, una ragazzina bellissima di Ischia rapita
da «giovani ciciliani» per offrirla in dono a Federico II d'Aragona. Il
re comandò «che ella fosse messa in certe case bellissime di un suo
giardino, il quale chiamavan Cuba, e quivi servita, e così fu fatto».
Lieto il finale della storia. I due amanti si ritrovarono dopo il
rapimento ma una notte vennero scoperti mentre dormivano abbracciati,
il re li fece trascinare nudi sul rogo. In loro favore intercedette
però Ruggieri de Loria, che ricordò al sovrano cosa fecero i Procidani
nella guerra del Vespro. E fu così che «Gian di Procida campa e divien
marito di lei». Quando Giovanni Boccaccio scrisse il Decameron, era già
cominciato il declino del parco reale e anche di quella Palermo che per
il geografo arabo Al-Idrisi era allora «la più grande e la più bella
metropoli del mondo». Un decadimento che subì anno dopo anno pure la
Zisa. Nel Trecento fu realizzata una merlatura che soffocò una scritta
in arabo alla sommità dell'edificio, poi il «sollazzo» fu trasformato
in una fortificazione. Narra Nicolo Speciale, cronista del quindicesimo
secolo, di quel che accadeva anche nel passato più lontano nella Conca
d'Oro: «Tutto ciò che c'era di verde veniva distrutto e nessuno aveva
pietà». Gli
aragonesi e i vicerè spagnoli assegnarono la Zisa di volta in volta a
nobili famiglie. Nel Cinquecento diventò un baglio, nel Seicento
l'acquistò per poche once Don Giovanni di Sandoval, nel 1808 la Zisa
passò ai Notarbartolo principi di Sciara. La tennero loro fino al 1951,
quando fu espropriata dalla Regione. Cominciarono allora i primi lavori
di restauro. Ma alla vecchia maniera siciliana. Interventi saltuari e
approssimativi. Tra il 1956 e il 1957 furono perfino buttati giù alcuni
muri, i solai e anche i pavimenti che avevano abilmente sistemato
quelle maestranze arabe venute da Sousse e da Kairouan per desiderio
dei nuovi signori. Nell'ottobre del 1971 il più bel palazzo del
Paradiso della Terra cedette per l'incuria: il primo piano precipitò. E
cominciarono anche i saccheggi della Zisa la Splendida, luogo per le
scorrerie di vandali e rifugio di tossici. Il vero restauro statico e
architettonico ebbe inizio l'anno dopo il crollo, nel 1972. Ma dentro e
intorno a quel poco che restava del mitico Genoardo ormai era arrivato
il palermitano più predatore e impunito. Aprirono una fossa per una
discarica abusiva. E poi comparve un'officina. E poi ancora uno
sfasciacarrozze. Ci trasferirono lì, proprio lì nel Paradiso della
Terra, anche un deposito dell'Amnu, l'azienda municipalizzata dei
rifiuti. E davanti e dietro al palazzo dei piaceri intanto il nuovo
potere aveva lasciato già le sue impronte, i cantieri e il calcestruzzo
degli ultimi re di Palermo, i boss. Tratto da: Attilio BOLZONI, La Domenica di Repubblica
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